Lunedì, 10 Dicembre, 2018
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FITNESS PER CARDIOPATICI

Quanto sia importante che un cardiopatico svolga un'attività fisica, è stato oggetto di studio nel recente passato; infatti una volta si pensava che il riposo era la migliore "medicina", dopo un infarto acuto del miocardio o nel post-intervento chirurgico.

In base a questo principio, durante il ricovero in ospedale, il paziente veniva immobilizzato a letto per un periodo piuttosto lungo, tra i 30-50 gg., e gli veniva limitata al massimo un'eventuale attività fisica dopo la dimissione.

Negli anni '30 molti studi scientifici in merito, facevano notare come la sedentarietà fosse un fattore di rischio rilevante, nella cardiopatia ischemica, mentre un'attività fisica costante e regolata allontanasse tale rischio.

Negli anni '50 Levine e Lown hanno introdotto il concetto della mobilizzazione precoce dopo un attacco cardiaco, il cosiddetto trattamento-poltrona, il quale si originava dall'osservazione che la prolungata mancanza di movimento, dovuta all'allettamento era associata ad un grave indebolimento muscolare, alla perdita di tessuto osseo, alla riduzione della performance cardiovascolare e all'aumento della frequenza di episodi tromboembolici.

Negli anni '6o, con l'avventura dell'uomo nello spazio esterno, si notò che l'esposizione prolungata a condizioni di assenza di gravità, aveva sul corpo umano un effetto decondizionante simile all'allettamento prolungato e si dimostrò che questo effetto poteva essere evitato facendo eseguire, come prevenzione, un'adeguata e programmata attività fisica.

Nell'87 Powell pubblicò una revisione di 43 studi rivolta alla dimostrazione degli effetti positivi dell'attività fisica, in base alla quale concludeva che: "Le osservazioni riportate in letteratura sono in favore dell'inferenza che l'attività fisica è inversamente e casualmente correlata alla incidenza di cardiopatia ischemica" e che "il rischio relativo alla sedentarietà risulta di un ordine di grandezza simile a quello dell'ipertensione arteriosa dell'ipercolesterolemia e del fumo".

Dopo la pubblicazione di Powell si sono aggiunti altri dati scientifici, documentati, dove si mettono in evidenza altri effetti positivi dell'attività fisica sul sistema cardiovascolare; quindi è dimostrato che l'allenamento fisico è in grado di indurre una riduzione della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa a riposo e da sforzo, con conseguente diminuzione, per ogni livello d'intensità di attività fisica, del fabbisogno di ossigeno.Tra gli esercizi da scegliere sono da preferire quelli isotonici, aerobici, sottomassimali ed intervallati. Questo perché gli esercizi aerobici consentono un maggior trasporto di ossigeno con minor debito di esso e un minor accumulo di acido lattico; sottomassimali per evitare eventuali crisi pericolose, e infine intervallati per non avere un aumento pericoloso della frequenza cardiaca.

 

Il paziente dovrà quindi:

1) evitare la sedentarietà;

2) evitare gli sforzi fisici improvvisi e gravosi, in particolare le attività fisiche di spinta contro resistenza e il sollevamento di pesi rilevanti;

3) i benefici dell'allenamento possono essere rapidamente persi se si abbandona il programma di attività fisica anche per pochi giorni; se per qualche motivo si è costretti ad interromperlo, bisogna riprenderlo gradualmente;

4) prima di iniziare un programma di allenamento è importante fare una fase di riscaldamento per preparare il sistema cardiocircolatorio ad uno sforzo più intenso, alla fine fare eseguire una fase di raffreddamento eseguendo esercizi di rilassamento muscolare.

 

Contatti

Massimiliano Lista

Personal trainer a Napoli

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